Mag 212012
 

Jack Kerouac (1922-1969) è stato conosciuto in vita, più che per i suoi testi poetici, per i suoi romanzi, in particolare On the Road. Divenuto un testo cult della Beat generation e venduto in più di tre milioni di copie in tutto il mondo, questo romanzo fu scritto nel 1951, ma fu pubblicato solo nel 1957, per problemi con il maccartismo imperante in quegli anni e, con la Prefazione di Fernanda Pivano, fu tradotto in italiano nel 1959 da Magda De Cristofaro con il titolo Sulla strada, [vd. qui la mia precisazione]. La prima edizione non censurata di On the Road, tuttavia, è stata pubblicata solo nel 2007 ed è stata tradotta in italiano da Michele Piumini solo nel 2010. A quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, attenuati i clamori di una biografia prima da ribelle, poi da alcolizzato, la rilettura dei versi di Jack Kerouac offre un universo di significati e una cifra stilistica che forse a suo tempo sono stati sottovalutati.

I versi di Sept. 16, 1961, POEM (Poesia del 16 settembre 1961) rappresentano una straordinaria, angosciata riflessione sui limiti di ciò che diviene (il «coming and going» ossessivamente richiamato nel testo della poesia) e sulla possibilità – o impossibilità? da qui l’angoscia – del paradiso. È il grande tema, anche questo forse non chiaramente percepito, dell’intera opera di Kerouac: come dimenticare che il personaggio principale di On the Road, l’alter ego dell’autore, si chiama, appunto, Sal Paradise? Ma qui, rispetto alla ridondanza della prosa di Kerouac, questo tema assume una stupefacente intensità. Un giorno, il 16 settembre del 1961, diventa il giorno nel quale si fanno i conti con il tempo, con la speranza, con la disperazione (che però non prevale mai), il giorno nel quale la vita si fa totalmente simbolo del divenire e chi vive aspetta che i suoi grandi interrogativi si sciolgano.

Questo bellissimo testo, pubblicato per la prima volta nel secondo numero (1962) della rivista di controinformazione culturale “The Outsider”, ha una storia singolare relativa all’espressione «chinese poetry» del v. 32. L’espressione è stata modificata (forse per il problema del riferimento alla Cina?) in vari modi da tutti gli editori della poesia. Quando, nel 1964, Fernanda Pivano la tradusse per l’antologia Poesia degli ultimi americani, utilizzò l’espressione «civilized poetry», Kerouac le scrisse chiedendole ragione del cambiamento e risultò che il testo di riferimento per la traduzione era stata proprio una copia di “The Outsider”, una rivista che veniva stampata a mano a partire da diversi originali. Fernanda Pivano cambiò la traduzione, ma ancora nell’ultima edizione (maggio 2011) di Poesia degli ultimi americani, il testo originale a fronte contiene la variante «civilized poetry» con evidente discrepanza rispetto alla traduzione «poesia cinese». La complessa storia di questo verso e dell’intera poesia è stata raccontata qui dal critico inglese e storico della Beat generation Dave Moore.

Sept. 16, 1961, POEM è apparsa con il testo che, a partire dal sedicesimo verso, scorre via via verso destra, come se, sotto ai primi quindici versi si aprisse un baratro. Il quindicesimo verso dice:«I suddenly realized all things just come and go». E da qui comincia la riflessione sul profondo abisso del divenire. È per questo che i versi sono disposti così? Neanche Dave Moore, nell’analisi che ho già citata, affronta questo problema. Ma a me piace pensare che sia proprio così. In ogni caso, questo, cioè il rispetto della grafica originale, è il motivo per il quale qui sotto non offro la trascrizione dei due testi, l’originale e la traduzione, ma due link a file pdf che ne rispettano meglio la grafica, soprattutto nel caso in cui qualcuno volesse farne il download (ciò che è possibile alla sola condizione di rispettare le regole di Creative Common Licence come indicato nella colonna qui a fianco.

Sept. 16, 1961, POEM

Poesia del 16 settembre 1961

 

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