Lug 292015
 

Lawrence Ferlinghetti non ha bisogno di presentazioni. Di lui ho parlato tempo fa in questo stesso blog per il sessantesimo anniversario della sua casa editrice City Lights (qui). Ma, oltre che per le sue eccezionali capacità di organizzatore culturale, Ferlinghetti merita di essere citato per la sua produzione poetica, che spesso è stata considerata una sua “seconda” attività, ma che si è via via rivelata, nel corso della sua lunga vita, una delle più ricche e interessanti degli ultimi sessant’anni.
Dei poeti della Beat Generation, Ferlinghetti può essere considerato il più “europeo”: se tutti quei poeti furono influenzati in particolare dalla letteratura francese dell’Otto e del Novecento (che conobbero direttamente perché quasi tutti vissero a lungo a Parigi), lui più degli altri, che è cresciuto parlando francese prima con la madre, poi con una parente che l’ha allevato, ha avuto una conoscenza ampia della letteratura di tutto il Vecchio Continente e, in virtù di una perfetta padronanza anche della nostra lingua, ha potuto avere un contatto diretto con i grandi classici italiani da Dante a Pasolini, di entrambi i quali ha tradotto non poche pagine.

Non stupirà, dunque che nella poesia della quale do qui sotto la traduzione, Woodstock Confection, l’idea del fluire del ricordo si esprima con grande naturalezza nella metafora della «Madeleine» proustiana. Ma quello che conta, in questa poesia, è lo straordinario ritmo che, mentre l’autore viaggia «dritto per Woodstock», fa viaggiare anche il lettore, prima ancora che questi possa rendersene conto, verso la parola «poem», “poesia”, quella che conclude il testo.
Il viaggio di Ferlinghetti è  rapido: è in macchina, in una di quelle strade degli Stati Uniti nelle quali la direzione è indicata con un punto cardinale: north. E l’autore ci prende un po’ in giro: nel nord del New Jersey c’è New York. La fabbrica abbandonata dell’Eskimo Pie è tra Bridge Street e York Street, a Brooklyn. E, per andare a Woodstock, si va dritti a nord, si costeggia Manhattan, si passa proprio da Parkway road, a Bronxville, fino a trovarsi a fianco della stazione ferroviaria di Harlem. È strano che finora nessuno l’abbia notato. Ma io il percorso da Brooklyn alla stazione di Harlem l’ho fatto quando sono stato a New York. È una malizia di Ferlinghetti, forse adombrata nel titolo della poesia, dato che «confection» significa sì dolciume, ma anche invenzione, fandonia: per questo motivo io ho tradotto «confection» con “pasticcino” che contiene in sé anche un po’ del significato traslato di “pasticcio”, cioè “garbuglio”, “imbroglio”. Capire questa malizia non ci porta a precisare un dettaglio topografico: ci porta a capire fino in fondo che questi versi di viaggio – un viaggio verso la parola «poem», non dimentichiamolo – mischiano memoria e strada. Il poeta passa da quelle strade mentre le ricorda; è lì in macchina, oltre a esserci stato ai tempi delle «roventi estati», quando ha dato il suo primo morso a un eskimo pie. È uno straordinario doppio viaggiare, chiamiamolo così.
Il difficile della traduzione è consistito per me proprio nel tentativo di restituire in italiano un ritmo il cui rapido fluire corrispondesse alla fluidità, ma anche alla “doppiezza” dell’originale. Un tentativo, appunto, compiuto da un traduttore dilettante e, per questo, niente affatto in competizione con la traduzione che Massimo Bacigalupo fa di questa stessa poesia nel volume che cito qui sotto.
Nel viaggio che farà fianco a fianco con Ferlinghetti lungo i versi di Woodstock Confection, il lettore italiano troverà una sorpresa: il “cremino”, il gelato alla crema di vaniglia ricoperto di cioccolato e infilato su uno stecco, che noi pensavamo appartenere alla nostra tradizione dolciaria, è stato invece inventato da un danese, Christian Kent Nelson, negli Stati Uniti, ha preso il nome di “Eskimo Pie” e la sua fabbrica (da tempo chiusa – «boarded up» scrive Ferlinghetti nella poesia –, perché la produzione dell’Eskimo Pie è passata a una multinazionale dell’alimentazione) è stata in vendita fino a non molti anni fa: ora chissà che fine ha fatto. Comunque, immaginiamo che sia ancora lì, passiamo anche noi davanti a questa fabbrica «boarded up» e cerchiamo di ricordare, insieme a Lawrence Ferlinghetti, i “cremini” della nostra infanzia. Buona lettura.

Lawrence FerlinghettiWoodstock Confection
(da Il lume non spento, a c. di Massimo Bacigalupo, Novara, Interlinea, 2006)[1].


Cruising north in northern New Jersey
Headed for Woodstock
I pass the Eskimo Pie factory
Boarded up
But it’s a Madeleine for me
dipped in my memory
The remembrances come floding back
Frozen all those years!
An iceberg of Eskimo Pies
Now melting in my reverie
And those hot New York summers
Parkway Road Bronxville
Down by the railroad tracks
And the first bit of Eskimo Pie
On my lips at home
About to turn
Into a poem!


Traduzione di Michele Tortorici
Pasticcino Woodstock


In viaggio verso nord nel nord del New Jersey
Dritto per Woodstock
supero la fabbrica dell’Eskimo Pie
È sbarrata
Ma è una Madeleine per me
Inzuppata nella mia memoria
I ricordi tornano a torrenti
Ghiacciati per tanti di quegli anni!
Un iceberg di Eskimo Pie
Che si fonde ora nella mia visione
E quelle roventi estati a New York
Parkway Road, Bronxville
Lungo il tracciato dei binari
E il primo boccone di Eskimo Pie
Sulle mie labbra a casa
Pronto a mutarsi
In una poesia.


 


[1] Il volume curato da Massimo Bacigalupo, è una antologia di poesie scritte da Lawrence Ferlinghetti tra il 2000 e il 2005 realizzata dalle edizioni Interlinea in occasione della consegna al poeta americano del premio LericiPea 2006 per l’opera poetica. Per questo il titolo originale è in italiano.

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