Una «soverchiante tempesta emotiva»

Testimonianze dall’oltretomba dantesco

Di recente i giudici della Corte d’Appello di Bologna hanno pubblicato le motivazioni in base alle quali hanno dimezzato la condanna (da trenta a sedici anni) a un omicida per gelosia. A indurre l’uomo al delitto sarebbe stata una «soverchiante tempesta emotiva». È stata questa considerazione che ha influito «sulla misura della responsabilità penale» dell’imputato.

Non voglio qui soffermarmi sulle reazioni a questa sentenza (la più gentile è stata che quei giudici hanno ripristinato il “delitto d’onore”), quanto su una conseguenza che nessuno si aspettava: la notizia delle motivazioni dei giudici di Bologna, passato qualche giorno, il tempo necessario per un viaggio nell’Oltretomba dantesco, è arrivata nell’Empireo, fino alle orecchie del Padre Eterno. Naturalmente Lui, nella sua onniscienza, sapeva ab aeterno che quella sentenza sarebbe stata emessa e che le sue motivazioni sarebbero state quelle che poi effettivamente sono state; e aveva anche preso, ab aeterno, le decisioni del caso: il marzo dell’anno 2019 dell’era volgare avrebbe visto uno sconvolgimento dell’oltretomba solo di poco meno importante di quello avvenuto con la discesa di Cristo agli Inferi.

A quanto risulta da testimoni attendibili che sono riusciti a farmi arrivare le loro dichiarazioni, questo sconvolgimento si è appena verificato. Anche nell’Oltretomba dantesco è stato infatti applicato il principio in base al quale, se un delitto è stato compiuto per impulso di una «soverchiante tempesta emotiva», ciò deve influire sulla misura della responsabilità: dunque sono state emesse nuove sentenze nei confronti delle anime a suo tempo ingiustamente condannate.

Lucifero nella illustrazione di Gustave Doré

Incredibile a dirsi, secondo queste testimonianze, il primo a giovarsi di questa nuova considerazione delle responsabilità è stato, nientemeno, Lucifero. D’altro canto, come è possibile negare che la sua ribellione fosse dovuta a una «soverchiante tempesta emotiva»? Non solo non è possibile negarlo. Ciò risulta con tutta evidenza nell’unico passo dell’Antico Testamento che ne parla: «Come mai sei caduto dal cielo, Lucifero, figlio dell’aurora? Come mai sei stato steso a terra, signore di popoli? Eppure tu pensavi: Salirò in cielo, sulle stelle di Dio innalzerò il trono, dimorerò sul monte dell’assemblea, nelle parti più remote del settentrione. Salirò sulle regioni superiori delle nubi, mi farò uguale all’Altissimo. E invece sei stato precipitato negli inferi, nelle profondità dell’abisso!» (Isaia, 14, 12-15). Fin troppo chiaro: un angelo, magari un po’ superbo, vede il trono dell’altissimo e come può non essere colto da una «soverchiante tempesta emotiva» che lo spinge a ribellarsi? Il Padre Eterno, sulla base delle motivazioni dei giudici di Bologna, ha dovuto, almeno parzialmente, riabilitare Lucifero e gli altri angeli a suo tempo insorti contro di Lui. In particolare, Lucifero, non più ritenuto responsabile di ribellione a Dio, è stato estratto dal ghiaccio del Cocito dove era conficcato ed è stato mandato a scontare il ben più lieve peccato di superbia nella prima cornice del Purgatorio.

Ed ecco la sintesi di numerose convergenti testimonianze (tanto per restare nel linguaggio della procedura penale) sul suo arrivo alla nuova destinazione. Sputati dalle sue tre bocche Giuda, Bruto e Cassio, risalita la «natural burella» che porta dall’Inferno al Purgatorio, dopo avere risposto con il gesto dell’ombrello alle rimostranze di Catone che, nella sua qualità di custode di quel regno dell’Oltretomba, voleva fermarlo con le buone o con le cattive, Lucifero, raggiunto il suo più confortevole luogo di pena, si è lasciato docilmente mettere sul collo il pietrone sotto al quale dovrà girare intorno al monte, insieme agli altri penitenti, per espiare il suo peccato.

A questo punto, raccontano i testimoni, è successo l’irreparabile. Al vederselo accanto, con le ali da pipistrello ancora mezze gelate e un aspetto a metà tra quello del mostro infernale e quello dell’angelo, Oderisi da Gubbio, per la sorpresa, si è girato verso la sua sinistra con una mossa improvvisa tanto che il pietrone che gli pesava sul collo gli è caduto sull’alluce del piede destro con due conseguenze orribili: un dolore lancinante e una bestemmia terrificante. Detto fatto, il povero Oderisi – che dopo circa ottocento anni di giri del monte sotto il pietrone, era sul punto di essere promosso al Paradiso – si è ritrovato in un attimo precipitato nel terzo girone del settimo cerchio dell’Inferno, disteso sulla sabbia rovente e sotto una pioggia di fuoco, non lontano da Capaneo che rideva di lui e bestemmiava secondo il suo solito.

Catone, anche in questo caso, aveva provato a fermare Oderisi che correva in direzione vietata, ma stavolta era stato fermato da un crampo al braccio, certo segno della volontà celeste.

Poiché le revisioni dei processi nell’Oltretomba si fanno in tempi brevissimi, pochi istanti dopo il passaggio in direzione vietata da parte di Oderisi, una folla immane costituita da circa i due terzi delle anime dannate (tutte a suo tempo giudicate senza tener conto della «soverchiante tempesta emotiva» che le aveva indotte a peccare) si è assiepata all’ingresso della «natural burella»: un vero pandemonio. Poiché si trattava di anime e non di corpi, sono riuscite a passare a migliaia per volta e, a migliaia, sono transitate correndo davanti all’esterrefatto Catone, tutte, quasi fossero d’accordo, facendo come Lucifero il gesto dell’ombrello e ciascuna scatenata verso la cornice di sua competenza. I vecchi occupanti delle cornici della montagna, sprovviste di parapetti, sono stati spinti di sotto e c’è stato chi, tra loro, a forza di cadere, è precipitato di nuovo nell’Antipurgatorio. Un caos indescrivibile e ingovernabile: in questo le testimonianze sono univoche.

Dei milioni, o forse miliardi, di anime passate in questo modo dalla dannazione perpetua alla speranza del Paradiso, la più nota, quella alla quale, secondo i testimoni, anche le altre guardavano con aria al tempo stesso di compiacimento e di sorpresa, era l’anima di Gianciotto Malatesta, l’omicida di Paolo e Francesca. Il suo peccato, dovuto senza ombra di dubbio a una «soverchiante tempesta emotiva», è stato derubricato da assassinio a tradimento di parenti e affini (punito nella prima zona del nono cerchio, la Caina, proprio nel fondo dell’Inferno) a un atto d’ira dovuto anche alle sue poco felici esperienze di vita. Ciò ha comportato, tenuto conto della pena già scontata, una sua chiamata diretta al Paradiso, dopo un attraversamento pro forma del Purgatorio e una sosta di qualche ora nella cornice degli iracondi. Tutto sarebbe andato per il meglio per l’ormai quasi beato Gianciotto, se, arrivato nel Paradiso terrestre, egli, inesperto delle regole di quel regno dell’Oltretomba, non avesse sessualmente molestato Matelda mentre questa lo immergeva nelle acque del Lete. Detto fatto, ecco un’altra anima percorrere in direzione vietata prima il monte e poi la «natural burella» verso l’Inferno, sempre con la contrarietà di Catone, ancora una volta bloccato con il segno celeste del crampo al braccio mentre cercava di fermare Gianciotto.

Il vero guaio è stato che Gianciotto, tirato fuori da Caina, destinato al Paradiso, è stato infine, in seguito al suo palpeggiamento di Matelda, definitivamente assegnato al cerchio dei lussuriosi. Qui, inutile dirlo, ha trovato Paolo e Francesca che, come due colombi, se ne andavano uniti nella tempesta infernale. Colto da una nuova «soverchiante tempesta emotiva» – come non capirlo! –, trascinato da ben due tempeste, Gianciotto ha dunque tentato di uccidere per la seconda volta i due amanti. Alla fine, il Padre Eterno ha deciso che per lui le motivazioni dei giudici di Bologna erano inapplicabili, che Caina era il posto giusto per fargli scontare la condanna e lo ha conficcato di nuovo nel ghiaccio.

Nel frattempo, aggiungono i testimoni, si è avuto un vero terremoto nelle istituzioni dell’Oltretomba.

Minosse, disgustato dalla sentenza dei giudici di Bologna e, ancor più, dalla sua applicazione nell’Oltretomba, si è dimesso: si è staccato la coda con un morso, l’ha lasciata all’entrata del secondo cerchio dell’Inferno, luogo dove aveva da sempre giudicato i dannati, e, giudicatosi da solo, è andato a conficcarsi nel ghiaccio di Cocito per il gran tradimento che aveva così commesso.

A sua volta, Catone, umiliato dai gestacci di milioni di anime dannate diventate improvvisamente purganti, ancor più umiliato dai segnali inviatigli dal Padre Eterno quando aveva cercato di fermare le anime purganti che correvano in direzione vietata, si è suicidato per la seconda volta affogandosi nell’acqua melmosa delle pendici della montagna del Purgatorio. Detto fatto, questa volta è stato spedito nella selva dei suicidi, trasformato in un cespuglio di mirto e sistemato accanto a Pier delle Vigne dal quale viene ossessionato con le continue lamentele che questi rivolge ai cortigiani di Federico II. Non potendo suicidarsi per la terza volta, Catone si punisce da solo strappandosi i rami e regalandoli a tre suicidi sardi che li usano per fabbricare, in una distilleria clandestina nascosta nella stessa selva, il classico liquore.

Altre testimonianze sono annunciate per i prossimi giorni. Intanto sembra che, assenti Minosse e Catone, nell’Inferno e nel Purgatorio si stia verificando un incontrollato via vai di anime. Per evitare nuovi guai in tutto questo marasma, Matelda è scappata e si aggira sulla terra sotto mentite spoglie (forse nelle vesti di una nuova dirigente del movimento #MeToo), mentre sulle sponde del Lete e dell’Eunoè si sono piazzati al suo posto posteggiatori abusivi che svolgono – abusivamente, appunto – le sue funzioni e che nessuno, neanche il Padre Eterno, riesce a cacciare.

 

Una traduzione da Walt Whitman

Con gli auguri per l’anno che è appena cominciato

La traduzione che vi propongo in questi primi giorni del 2019 non riguarda una poesia festaiola né, tanto meno, una poesia che, di per sé, possa considerarsi augurale.
Eppure il testo di Walt Whitman contiene al suo interno parole che possono essere usate per il più bell’augurio possibile.

Queste parole il poeta le ha riferite a se stesso, anche se le ha messe, come per una eccessiva modestia, tra parentesi: «Sono largo, contengo moltitudini». “Contenere” moltitudini è molto più che “accoglierle”: è congiungersi all’universo animato, al «genus omne animantum» di Lucrezio.
Difatti il poeta americano si unisce a quell’universo, alla sua grandezza, agli uomini che popolano quella piccola parte di esso  che è il nostro pianeta, sino a confondersi con le “Foglie d’erba” che danno il titolo al suo grande libro: «I bequeath myself to the dirt to grow from the grass I love, / If you want me again look for me under your boot-soles» [Lascio me stesso in eredità alla terra per crescere dall’erba che amo, / Se mi vuoi ancora, cercami sotto la suola delle tue scarpe]: così dice il poeta nel componimento successivo a quello che vi propongo, il n. 52, che conclude, con uno straordinario testamento, il Canto di me stesso (qui potete leggere l’intero testo originale di Song of Myself).

Walt Whitman, Canto di me stesso (versione del 1892)
in Foglie d’erba
Traduzione di Michele Tortorici


Il passato e il presente sfioriscono – li ho riempiti, li ho svuotati.
E insisto: riempirò la mia prossima piega del futuro.

Ascoltatore lassù! Che cosa devi confidarmi?
Guardami in faccia mentre annuso la sera che viene di soppiatto,
(Parla con franchezza, nessun altro ti ascolta e io resto non più di un minuto.)

Mi contraddico?
Benissimo, mi contraddico.
(Sono largo, contengo moltitudini.)

Mi concentro verso quelli che sono vicini, aspetto sulla porta.

Chi ha finito la sua giornata di lavoro? Chi farà prima con la sua cena?
A chi piace camminare con me?

Parlerai prima che me ne vada? O ci proverai quando sarà già troppo tardi?


Auguro a tutti di “essere larghi”, di saper “contenere moltitudini”. Oggi è decisamente contro corrente, ma è, è stato e sarà sempre il modo più bello per affermare la propria umanità, cioè per essere felici (cosa ben diversa dal mostrare di esserlo sui social).
Auguro un 2019 di serenità e di soddisfazioni a tutti voi che leggete queste pagine.
Questi auguri, li rivolgo in particolare, alla mia nipotina Stella Deniz che il primo gennaio scorso ha compiuto un anno.

Due bugie di Dante

Dedicato a Lydia Spalluto, grande insegnante di italiano
che purtroppo è scomparsa due giorni fa lasciando un vuoto di amicizia, di cultura, di sorrisi in tutti noi che l’abbiamo conosciuta

Il 14 dicembre scorso Bruno Pinchard, presidente della Société Dantesque de France, mi ha presentato al pubblico convenuto nella Salle du Conseil della Sorbonne Nouvelle come un «écrivain rebelle»: «rebelle», sì, per lo stile narrativo adottato nei miei romanzi (Due perfetti sconosciuti è stato tradotto ed è ben conosciuto in Francia); ma soprattutto a causa delle ricerche che ho svolto su Ciacco e Filippo Argenti e che mi hanno portato alla recente pubblicazione del libro Due bugie di Dante, oggetto, per l’appunto, del mio intervento alla Sorbonne. In realtà, come ho poi precisato nel corso della relazione, ho effettuato le mie ricerche con un metodo tutt’altro che ribelle: quello, vecchio ma sempre valido, dell’analisi e del confronto dei testi. Aggiungo, che le ho condotte in maniera tanto più attenta e rigorosa quanto più andavo verificando che i loro risultati si rivelavano del tutto diversi da quelli affermati da una accreditata tradizione lunga sette secoli: un vero colosso.

Un momento della mia relazione
alla Société Dantesque

Un colosso, sì, ma dai piedi di argilla.
La tradizione, che arriva fino alle odierne edizioni annotate del poema dantesco, si basa infatti su indicazioni provenienti dai primi commentatori della Commedia. I quali, a loro volta, si rivelano ossessionati dalla volontà di trovare precise identità storiche anche per quei personaggi coevi a Dante che il poeta ci presenta nella Commedia con il solo nome o soprannome, o addirittura senza nome.
Quei commentatori – tra i quali due figli del poeta – avevano certo l’intento meritorio di ricostruire l’autenticità dell’ambiente che faceva da sfondo al poema. Tuttavia dobbiamo pensare che, più in generale, essi non volessero compromettere la credibilità dell’autore, dell’esule ormai da tutti venerato: credibilità che consideravano evidentemente legata con un nodo indissolubile alla “verità”, alla riconoscibilità fattuale di tutti i riferimenti che egli aveva fatto alla realtà del suo tempo.

Sta di fatto che la loro ossessione portò a identificazioni discutibili: gli ignoti personaggi dei quali parlo, una ventina, si trovano tutti nell’Inferno e, guarda caso, essi vengono per lo più ascritti a famiglie nemiche del poeta; raramente, per altro, i commentatori si rivelano d’accordo tra loro; mai, proprio mai, c’è un documento o una cronaca dell’epoca che confermi le loro asserzioni.
Tra quei personaggi, due spiccano in modo particolare: Ciacco, che Dante ci presenta nel VI canto con quello che non si sa neanche se sia un nome o un soprannome, e Filippo Argenti che, con il suo nome e soprannome sonanti, appare nell’VIII.

Del primo gli antichi commentatori affermano le più varie identità, ma non c’è un solo documento a confermarne neanche una. Di Filippo Argenti tutti, a cominciare dal figlio del poeta Iacopo, affermano trattarsi di un appartenente alla famiglia Adimari: una famiglia eminente dei Neri in merito alla quale ci sono moltissimi documenti. Ma nessuno dei suoi componenti risulta essersi chiamato Filippo almeno fino alla fine del XIV secolo. Alessandro Adimari ai primi del Seicento scrisse una storia della propria famiglia. In essa parla, sì, anche di Filippo Argenti, ma, per questo suo avo, non trova altre testimonianze che quelle fornite dagli stessi versi di Dante e dalla novella del Boccaccio che a quei versi si ispira.

Insomma, di nessuno di questi due personaggi risulta la minima traccia che sia mai esistito. D’altro canto, perché Dante non avrebbe avuto la libertà di inventarseli? Bene, nel mio libro Due bugie di Dante, una volta arrivato a queste conclusioni, non mi fermo affatto: da esse parto per porre la sola domanda legittima a proposito di Ciacco e di Filippo Argenti: perché il poeta se li è inventati?

Se lo ha fatto, ha avuto i suoi buoni motivi. E l’ultimo capitolo del libro lo dedico interamente a spiegare quali sono: si tratta di motivi tanto importanti da incidere sulla comprensione dell’intera Commedia.

Volete sapere quali sono? Buona lettura!

Come finiscono i baccanali

Nel mio recente poemetto Piante del mio giardino, in alcuni versi rivolti alle piante ma chiaramente dedicati ai miei simili, spiego che i baccanali, le feste del superamento del limite (nel caso specifico parlo dell’allegra incoscienza con la quale l’umanità procede verso un insostenibile riscaldamento del pianeta), hanno sempre una fine nefasta. Per farlo ricordo in quei versi che, «come ci ha spiegato tanto tempo fa / Euripide», i baccanali sono feste che accompagnano «la decapitazione / del futuro, […] / la madre che uccide il figlio e che ne porta / la testa mozzata sulla picca». Queste parole terribili, che le mie piante non hanno preso affatto bene e che i miei simili hanno forse lette (quei pochi che le hanno lette) distrattamente, sono una sintesi di ciò che effettivamente accade in una delle ultime tragedie scritte da Euripide, le Baccanti, rappresentata soltanto nel 403 a.C., dopo la morte del suo autore avvenuta nel 406.
Giorni fa, mentre leggevo sui giornali la notizia di una festa notturna di deputati e senatori inneggianti all’aumento del debito pubblico italiano, mi è tornata in mente quella tragedia. Successivamente, la lettura su Twitter di un commento a quell’episodio, «E gli sventurati festeggiarono», mi ha confermato quel ricordo e, insieme a esso, ha potenziato dentro di me il senso di quella tragedia, che va ben al di là di certi eventi, in sé tanto modesti. Già: «Gli sventurati».

Di solito, proprio con questo aggettivo, «sventurato», si traduce in italiano il termine greco ‘τλήμων’ (tlèmon), la cui radice proto-indo-europea, *telə– o *tla-, si può trovare sia nel verbo greco τλὰω (tlào), sia nei verbi latini tolero e tollo, nonché nelle forme irregolari del perfetto e del supino di fero, tŭli e latum, quest’ultima da *tlatum. Insomma, ‘τλήμων’ è colui che porta, che sopporta ciò che di terribile egli stesso fa, e perciò ‘τλήμων’ può prendere a volte il senso di ‘scellerato’, o ciò che di terribile altri fanno. Ora, Euripide usa ‘τλήμων’ per definire, nella parte conclusiva delle Baccanti, due personaggi, Agave e Penteo, entrambi vittime della follia indotta da Dioniso, ma ciascuno di essi in maniera molto diversa.

Il ballo delle Menadi. Copia romana di un originale greco del V secolo a.C.
Madrid. Museo del Prado.

Vediamo di che si tratta. In questa tragedia Euripide mette in scena un episodio relativo al mito della fondazione di Tebe.
Cadmo, fondatore della città, aveva avuto solo figlie femmine: Agave, Ino, Autonoe e Semele. Aveva quindi nominato come successore al trono suo nipote Penteo, figlio di Agave. Un’altra delle figlie di Cadmo, Semele, amata da Zeus – violentata? Forse sì, forse no –, una volta rimasta incinta, era stata convinta da Era, sorella e moglie gelosissima di Zeus, a chiedere di poter vedere il suo amante in tutto il suo splendore divino. Era rimasta, naturalmente, incenerita. Ma Zeus era riuscito a salvare il feto dal suo grembo e a farlo sviluppare, al sicuro dalle vendette di Era, cucendolo nella sua coscia. Nacque così Dioniso.
Il nuovo dio fu il benemerito scopritore del vino, del sidro e della birra. Oltre a ciò, pretese di essere anche il meno benemerito promotore di ogni stato di coscienza eccitata (o addirittura di in-coscienza) che spingesse gli uomini e soprattutto le donne (considerate all’epoca esseri un po’ inferiori e perciò più facilmente eccitabili) a superare il proprio limite umano per diventare pienamente possesso del dio. Dioniso era anche un po’ vendicativo e odiava, in particolare Tebe. Qui in molti erano convinti che Semele avesse finto di essere stata sedotta da Zeus per nascondere un peccato molto più banale e totalmente umano. In primo luogo, ne erano convinte le sue sorelle: anche allora, parenti serpenti. Non tutti, inoltre, erano propensi a dare il benvenuto a questa nuova divinità che pure si diceva fosse stata concepita a casa loro. Tra i più testardi a negare che il feto di Semele si fosse sviluppato nella coscia di Zeus e fosse ormai un nuovo dio c’era Penteo.
Qui comincia la tragedia. Dioniso, con la sua voglia di vendetta, arriva a Tebe nelle vesti di uno straniero bellissimo e capace di compiere miracoli, si beffa dei tentativi di Penteo di arrestarlo e, infine, conquista addirittura la sua fiducia fino a far sì che sia lo stesso re di Tebe a chiedergli aiuto per andare a vedere i riti delle menadi: le ‘μαινάδες’ (mainàdes), sinonimo di baccanti, dalla stessa radice del verbo μαίνομαι (màinomai) che significa sia “delirare” sia “far delirare”; infatti le menadi delirano perché Dioniso le fa delirare. Penteo, consigliato dal finto straniero, si veste da donna, si mette una benda in testa che nasconda il taglio maschile dei capelli e, accompagnato dallo stesso finto straniero e da un servo si reca in una valle al di là del monte Citerone dove le donne tebane sembrano intente a lavori leggiadri e a innocui canti. Penteo vuol vedere meglio che cosa fanno le menadi. Ed ecco che cosa succede, nel racconto che fa il servo, appena tornato, sconvolto, da quella valle. Nelle sue parole ben tre volte compare ‘τλήμων’ che, nella traduzione, sottolineo in grassetto. La traduzione stessa (che trascrivo con qualche taglio), in versi liberi, è mia.

Euripide, Baccanti, vv. 1043-1148


Penteo, sventurato, che non vedeva quella moltitudine
di donne, disse all’altro: «Straniero, da dove
siamo non raggiungo con gli occhi le malvagie
menadi; se salgo
su un colle o su un abete alto, allora sì potrò
posare il mio sguardo sulle turpitudini
delle menadi».
Ed ecco vedo compiere dallo straniero un’impresa
meravigliosa; preso
il più alto ramo di un abete che arrivava
al cielo, lo tendeva
giù, lo tendeva, lo tendeva fino al suolo nero; […].
Messo a sedere Penteo sul ramo dell’abete, attento
che lui non fosse sbalzato via, lasciò
che piano piano si rialzasse l’albero tra le sue mani, e l’abete
ritornò saldo e alto nell’alto
cielo mentre aveva, seduto sulla sua cima, il mio padrone.
Fu visto, piuttosto che vedere lui le menadi; difatti
si distingueva proprio bene, lui, messo
a sedere lassù, mentre da parte sua non vedeva,
benché fosse lì presente, lo straniero. E a un cero punto
dall’etere una voce,
che doveva essere quella di Dioniso, gridò: «Fanciulle,
ecco, vi porto quello
che di voi, di me, delle orge si permette
di ridere; fate che la paghi».
Mentre diceva così, davanti al cielo e davanti
alla terra brillò il fuoco di una luce sacra. L’aria
divenne muta, mute
restarono le foglie
della valle boscosa e neppure
si sentivano strida di animali selvatici.
[…]; non appena
riconobbero con chiarezza l’incitamento di Bacco, le figlie
di Cadmo, si slanciarono: avevano
i piedi veloci non meno
di colombe quando si protesero nella corsa: la madre
Agave e quelle che avevano il suo stesso sangue e tutte
le baccanti, attraversato
il corso d’acqua sul fondo valle, balzavano
sui dirupi rese furenti dall’influsso del dio.
Quando videro
il mio padrone seduto sull’albero, prima,
appostate davanti a lui su uno sperone
di roccia, lo colpirono
con pietre tirate a tutta forza, e gli scagliarono
addosso come lance i rami degli abeti,
altre scaraventavano per aria i tirsi contro Penteo,
miserevole bersaglio, ma non lo colpivano. Quello sventurato,
difatti, annientato
dallo sconforto, si trovava
al di là di dove poteva raggiungerlo la loro furia. Poi,
a forza di sconquassarle con rami di quercia
scalzavano le radici con quelle leve prive di ferro. Tuttavia
poiché tutte quelle fatiche non davano
nessun risultato, disse Agave. «Forza,
mettetevi tutt’intorno,
menadi, afferratevi
al tronco e così quell’animale
lassù in alto riusciremo a stanarlo,
perché non riveli
i canti segreti del dio. E quelle
con mille mani abbrancarono
l’abete e lo sradicarono dal suolo.
Tanto stava in alto, tanto dall’alto cadde e rovinò
bocconi a terra Penteo con lamenti infiniti; capiva
difatti quanto
l’estremo male gli fosse vicino.
Fu per prima la madre, ministra del dio, a dare inizio
all’assassinio
e lo aggredì; lui gettò via la benda che gli copriva
il capo perché Agave, sventurata, potesse
riconoscerlo e non lo uccidesse, la carezzò
su una guancia e le disse: «Credimi,
madre, sono io, tuo figlio, sono
Penteo, che tu hai messo al mondo nelle case di Echìone;
abbi pietà, madre e, seppure ho commesso
dei peccati, non uccidere tuo figlio».
Lei sputava bava schiumosa, distorceva
le pupille stravolte perché non era in sé,
priva di senno, era posseduta
da Bacco: Penteo
non riusciva a convincerla.
Lei gli afferra il braccio sinistro con le mani,
fa forza contro i fianchi di quel disgraziato,
gli strappa l’omero: non
con la sua forza; fu il dio
che aggiunse tanta destrezza alle sue mani. Ino
compiva sfracelli dall’altro lato
strappando le carni, Autonoe
gli si scagliava addosso con il resto
delle baccanti. Era tutto un insieme
di grida: l’uno
gemeva con quel poco
di vita che gli restava, le altre
ululavano. Una di loro
portava un braccio, un’altra
un piede, ancora con i calzari, le costole
erano messe a nudo dagli strazi; tutte,
con le mani insanguinate giocavano a palla con le carni
di Penteo. Giaceva
a pezzi il suo corpo, un pezzo
sotto le rocce aspre, un altro pezzo
in mezzo al fogliame della profonda selva, difficile
da trovare; il misero capo fu la madre
a prenderlo tra le mani, a conficcarlo
sulla punta di un tirso e, come fosse quello
di un leone montano, a portarselo
attraverso il Citerone
mentre le sorelle danzavano ancora con le altre menadi.
Lei, compiaciuta di quella caccia infausta, si dirige
qui dentro le mura e dichiara che suo compagno,
colui che l’ha aiutata nella caccia, è stato Bacco, glorioso
vincitore, davvero
trionfatore, sì, ma di lacrime.
Quanto a me, mi allontano dalla sciagura, prima
che Agave raggiunga queste case.


Quelle che, all’inizio dell’episodio, sembrano nient’altro che donne intente a lavori leggiadri (d’altro canto, la menade raffigurata nel bassorilievo del Prado appare come una aggraziata danzatrice), invasate dal dio e ricevuta da lui una forza che di per sé non potrebbero avere, si trasformano in furie. Penteo, raffigurazione concreta, vivente, del futuro di Tebe, viene fatto a pezzi. La madre dilania il corpo del figlio, il suo futuro personale, e ne conficca la testa sulla punta di un tirso. Così finiscono i baccanali: con lo strazio del futuro. «Come ci ha spiegato tanto tempo fa / Euripide».

Il mio nuovo romanzo:
Una confessione spontanea

Odetta alle prese con un omicidio:
una sofferta ricerca e la scoperta del male.

Scelto come libro del mese di ottobre 2018 dalla piattaforma web di notizie EZ ROME

Odetta, protagonista anche del del mio precedente romanzo, Due perfetti sconosciuti, riesce, dopo parecchio tempo, a godersi un fine settimana più lungo del solito nella sua casetta al Circeo: un’oasi di pace in un complesso di villini, il Patio, che confina con il piccolo allevamento di bovini di Antonino Spano. Arrivata di giovedì, Odetta gusta questa sua vacanza facendo qualche bagno in tarda mattinata, qualche lavoro in giardino, qualche pettegolezzo con i vicini, qualche bella discussione letteraria con un vecchio professore in pensione. Tutto sembra procedere con la piacevole monotonia di sempre, quando il sabato mattina viene scoperto l’omicidio di Antonino Spano. Dopo i primi accertamenti svolti nella stessa giornata di sabato, la domenica mattina i proprietari di quelle casette vengono chiamati al commissariato di Terracina a dire quello che sanno per chiarire il quadro della situazione.
Ultima a essere chiamata è Odetta. Oltre a comunicarle l’ora dell’omicidio, il commissario le rivela che il vecchio professore in pensione, a lei così caro, la sera prima si è presentato in commissariato e ha chiesto: «Prendete me». Che voleva dire? Il commissario considera quella frase una confessione spontanea, ma insincera: insomma il professore si è messo in mostra per qualche stravagante motivo (che il commissario conosce, ma che non vuol rivelare a Odetta), però non c’entra niente con l’omicidio. Tanto è vero che parecchi testimoni hanno visto all’ora del delitto un vagabondo uscire dal terreno di Antonino e dileguarsi verso sud. La polizia lo cerca.
Odetta potrebbe fare la sua chiacchierata con il commissario e andarsene in santa pace, ma la sua voglia di conoscere e di percorrere strade lastricate da dubbi la induce a chiedere al commissario qualche notizia in più. I dubbi, allora, si fanno sempre più numerosi e quelle strade che lei vuole percorrere a tutti i costi la portano, infine, a vedere molto da vicino il “male”.

Sì, Una confessione spontanea è un romanzo nel quale Odetta percorre strade lastricate da dubbi per arrivare a conoscere il “male”: il male che non è soltanto nell’omicidio in sé, quanto nelle ragioni che l’hanno causato. Odetta, però, non è una filosofa e non è neanche la «miss Marple del Portonaccio» come qualcuno la apostrofa alla fine del romanzo. Preferisce le battute dei film di Totò ai trattati di filosofia e, proprio perché è una accanita lettrice di Agatha Christie, sa bene che le sue strade lastricate da dubbi sono molto più tortuose, ma anche molto più divertenti, di quelle di solito seguite da miss Marple.
Odetta non rinuncia mai alle sue divagazioni, alle sue osservazioni “divergenti”, fino a occuparsi del naso del commissario («quel suo naso così importante, da autorevole capo di una tribù di pellirosse»), delle sue funzioni intestinali, delle sue simpatie (o nostalgie) politiche. Infine, Odetta ha una capacità autocritica e autoironica che di solito gli investigatori non hanno.
Così, il romanzo si sviluppa, per tutta la sua prima parte con una leggerezza che raggiunge in certi momenti il tono della comicità o addirittura della farsa per poi precipitare, nel finale, in una quasi inaspettata tragedia.

Il mio primo romanzo, Due perfetti sconosciuti è uscito ormai cinque anni fa. Allora mi sono quasi giustificato con i miei lettori per avere abbandonato, sia pure momentaneamente, il terreno della poesia. Posso dire oggi che quel terreno non l’avevo mai lasciato. Difatti, in questi anni ho pubblicato altre tre raccolte di versi: la più corposa Il cuore in tasca (Manni, 2012); la più intrigante Fine e principio (Anicia, 2015: mi dispiace, questo volume non è in vendita, potete trovare le copie numerate fuori commercio soltanto alle mie letture o presentazioni), la più recente Piante del mio giardino (Campanotto, 2018).
Ma quello che vorrei sottolineare qui è che quella esperienza di prosa creativa, dopo decenni nei quali la mia prosa si era esercitata soltanto nella scrittura di saggi letterari, mi ha in certo modo segnato. Mi ha fatto capire, in particolare, che anche la prosa può essere animata da un ritmo. Certo: un ritmo che non ha niente a che vedere con quello determinato nella poesia dalla presenza del verso; e tuttavia, comunque, un ritmo.
Per accentuare a modo mio la presenza di un ritmo nella prosa narrativa, ho adottato per il mio primo romanzo uno stile che aveva degli esempi fuori d’Italia – il più bello, a mio parere, La cote 400 di Sophie Divry (tradotto in italiano con il titolo La custode di libri, Einaudi, 2012) –, ma non ne ha, ancora oggi, qui da noi, a parte i miei romanzi, ovviamente. Ecco di che si tratta.
Gli eventi vengono narrati, non attraverso descrizioni dell’autore (neppure nella finzione della narrazione in prima persona, nei panni di un personaggio) magari inframezzate da dialoghi, ma soltanto attraverso un dialogo. Il protagonista dialoga con uno o più interlocutori e da quel dialogo il lettore è informato di ciò che accade direttamente da colui che partecipa a quegli accadimenti. Da dove nasce, in tutto ciò, il nuovo e particolare ritmo narrativo? Dal fatto che, di quel dialogo, lo scrittore trascrive soltanto le battute del protagonista e omette quelle dei suoi interlocutori. Da qui, un vero e proprio “balletto” tra lettore e testo. Il lettore legge la battuta del protagonista. Subito dopo un’altra battuta. In mezzo deve inserirsi lui, con la sua immaginazione, la sua capacità di costruire egli stesso la parte mancante del dialogo o, semplicemente, le mosse dell’interlocutore. Faccio due esempi.
Il libro di Sophie Divry comincia con queste battute:


Si svegli! Che fa, dorme? La biblioteca apre soltanto fra due ore, qui non ci si può stare. È il colmo: adesso ci rinchiudono i lettori, nel mio seminterrato. A questo punto me le hanno fatte proprio tutte, qua dentro. È inutile che gridi, io non c’entro niente … Ma so chi è lei, lei lo conosce bene, questo posto. A forza di passarci le giornate a perdere tempo, doveva pur capitare che ci restasse di notte. No, non vada via, già che è qui mi dia una mano.


In questo breve testo il lettore, oltre a trovare alcune informazioni essenziali (l’azione si svolge in una biblioteca; in quella biblioteca è stato trovato un vagabondo etc.), è indotto a intervenire almeno tre volte. La prima per immaginare come può essere (ancora insonnolito, sporco, con i vestiti stazzonati etc.) il tipo trovato a dormire nel seminterrato della biblioteca: questo è un intervento abbastanza tradizionale; accade spesso con tutti gli stili narrativi ed è il bello della lettura. Ma il più bello viene dopo. Il lettore è indotto a intervenire una seconda volta per immaginare che cosa può aver gridato il vagabondo svegliato dagli armeggi della bibliotecaria. La terza volta il lettore interviene per immaginare il movimento del vagabondo che stava per andar via e che viene invece fermato dalla battuta della protagonista.

Il secondo esempio lo prendo dal mio nuovo libro, Una confessione spontanea. Con una avvertenza. L’editore de La custode di libri non ha ritenuto di dovere andare mai a capo (forse su indicazione dell’autrice?) e questo implica un po’ di fatica in più da parte del lettore per individuare di volta in volta dove finisce una battuta. Il mio (benemerito e paziente) editore e io abbiamo invece convenuto che fosse utile andare a capo alla fine di ciascuna battuta. E qui il “balletto” diventa molto più facile: il lettore, appena ci fa un po’ l’abitudine (direi già alla fine della prima pagina del libro), capisce benissimo che, quando vede un “a capo”, in quell’intervallo tra la fine di una riga e l’inizio della successiva, tocca a lui, tocca alla sua immaginazione, tocca alla sua capacità di mettersi nei panni dell’interlocutore del protagonista.
Avrete notato che ho usato sempre il maschile: in realtà, a farla da padrone ne La custode di libri e nei miei romanzi sono donne; protagonista dei miei romanzi è Odetta. Il secondo esempio lo traggo da alcune sue battute di dialogo. Convocata al commissariato di Terracina per testimoniare in merito all’omicidio di Antonino Spano, Odetta non perde l’occasione per lasciarsi andare alle sue amate divagazioni, persino in quella situazione non proprio piacevole e persino con il commissario che svolge l’indagine e che avrebbe ben altro da fare. Ecco alcune battute del suo dialogo con il commissario. Argomento: la pubblicità.


Certo! Per quante volte possano replicare uno spot, la replica che ne fanno non serve ad aumentare il tasso di verità di quello che lo spot proclama, “reclama”, si sarebbe detto una volta. Ricorda? La pubblicità si chiamava réclame.
Davvero? Beh, era molto tempo fa.
Bravo, i tempi di Carosello.
Per carità. Balle anche quelle di Carosello. In ogni caso, apprezzo molto che lei partecipi alle mie divagazioni con qualche intervento calzante.
Sì, torno subito al fatto, ma mi lasci dire che non ne ho nessuna nostalgia.
Di Carosello naturalmente.


In questo caso è tutto più facile per il lettore: ogni volta che vede un “a capo” sa bene che deve intervenire. La prima volta per immaginare l’obiezione del commissario (che non sa nulla di réclame) e per determinare sempre meglio, anche in base a questa obiezione, oltre che per altri sparsi indizi precedenti, l’età del commissario. La seconda volta per accorgersi che il commissario, per quanto giovane, sa che comunque, tanto tempo fa, c’era Carosello. La terza per verificare che il commissario, un po’ ingenuo, pensa che le pubblicità dei tempi di Carosello fossero veritiere. La quarta per raffigurarsi con che parole, e magari con che mossa, il commissario possa aver spinto Odetta a «tornare al fatto» e la quinta per accertarsi che il commissario ogni tanto lascia perdere e non segue più le divagazioni di Odetta. Queste informazioni sono tutte nelle battute di Odetta, ma il lettore se ne appropria negli “a capo”, con il suo passo, ormai, da ballerino provetto: infatti con queste battute siamo ormai a pagina 20 di Una confessione spontanea. Odetta è già da un pezzo in azione con le sue chiacchiere.

Trascinare lo sguardo fuori da questa notte

Molti anni fa  – ma non vi dico quando – ho scritto la poesia che potete leggere qui sotto. Dopo parecchio tempo ho deciso di inserirla in una nuova raccolta, quella che sarebbe poi uscita con il titolo Il cuore in tasca (Manni, 2016). Mentre venivano stampate le bozze del libro, nel luglio del 2016, ne ho parlato con la mia cara amica e traduttrice Danièle Robert, perché proprio in quei giorni era scomparso il poeta francese Yves Bonnefoy, del quale nella poesia cito (e traduco a modo mio) un verso bellissimo.

Yves Bonnefoy

È stata Danièle Robert a parlare di quella mia poesia inedita ispirata al verso di Bonnefoy con Florence Trocmé, curatrice del bellissimo sito di poesia Poezibao, impegnata a preparare un hommage al poeta appena scomparso. È successo, così, che Florence Trocmé, colpita da quei versi, li abbia voluti inserire all’interno del suo hommage, sia in italiano sia nella traduzione che nel frattempo ne aveva fatto Danièle Robert. Insomma, prima ancora di essere pubblicata in volume, quella poesia è uscita, con la traduzione francese, nell’hommage di Poezibao a Yves Bonnefoy (vi si accede da questa pagina), unico testo di un poeta italiano. Nel frattempo Florence Trocmé mi ha convinto a cambiare il titolo di quella poesia: da Leggo disordinatamente, il titolo diventò così Dragué fut le regard hors de cette nuit. Si deve proprio a questo cambio “in corsa”, quando già erano state corrette le seconde bozze, un clamoroso errore di stampa nel titolo (ciò che non è mai accaduto nei libri di Manni e che rende Il cuore in tasca una specie di “Gronchi rosa” di questo benemerito editore). Queste vicende mi tornano in mente di quando in quando da un po’ di tempo, perché mi sembra che questa poesia, con una storia così lunga alle spalle, abbia assunto oggi una pregnanza e una attualità che non aveva neanche – forse – quando l’ho scritta.

Michele Tortorici Dragué fut le regard hors de cette nuit * (da Il cuore in tasca, Manni, 2016)


Leggo disordinatamente, più ancora di sempre. Oggi, per esempio,
ho letto qualche poesia di Bonnefoy, parecchie pagine di un saggio
sull’invenzione del romanzo e, come se i due libri si fossero
accordati fra loro per trovare
un compagno adatto, infine ho letto settanta
pagine circa di una biografia
– autore francese, è ovvio – di Moravia (mi sono accorto,
durante questa lettura, a proposito, che di Moravia ho letto
meno di quello che avrei dovuto – forse voluto, non lo so neanche).

«Trascinato fu lo sguardo fuori da questa notte» scrive Bonnefoy.

Leggo disordinatamente, più ancora di sempre, e scrivo
anche senza nessun intendimento
preciso. Insomma, le parole entrano
nella mia testa e ne escono in tutte
le direzioni possibili. Grazie
a questo loro andirivieni capace di tenermi
ben sveglio mi chiedo: come
trascinare lo sguardo fuori da questa notte?

Leggo disordinatamente e le parole entrano
nella mia testa e ne escono con movimenti
vorticosi che in parte
mi sfuggono. Richiedono pazienza – molta
pazienza, credetemi – per essere ricomposte, per essere messe, cioè,
a posto: da una parte, intendo, quello che leggo e dall’altra
quello che dico e che scrivo. È grazie a questa pazienza – potrei dire
persino testardaggine – che mi chiedo: come
trascinare lo sguardo fuori da questa notte?

È notte, appunto, qui attorno. Dipende da questo se, più ancora
di sempre, leggo disordinatamente e scrivo
anche senza nessun intendimento
preciso parole che mi inducono
a un lavorio continuo e hanno bisogno
di pazienza – di molta
pazienza, credetemi. Come
trascinare lo sguardo fuori da questa notte, dato
che, senza ragione, tutto
è notte qui attorno?


* Verso tratto dalla poesia di Yves Bonnefoy Art de la poesie, in Pierre écrite, Mercure de France, Paris, 1965. La traduzione, «Trascinato fu lo sguardo fuori da questa notte» è mia.

Il mese di giugno e le erbe amare d’Europa

Il poeta Folgòre da San Gimignano (vissuto tra gli ultimi decenni del Duecento e i primi del Trecento: quindi contemporaneo di Dante)1 è noto in particolare per i Sonetti de’ Mesi (scritti probabilmente intorno al 1309). Sono poesie che imitano il genere dei plazer provenzali nei quali si cantavano aspirazioni di bellezza, amabilità e nobiltà d’animo. Le aspirazioni di Folgòre sono chiare: la piacevolezza di una vita ricca e senza preoccupazioni quale poteva offrirsi alla allegra brigata di giovani borghesi alla quale l’intera “corona” dei Sonetti de’ mesi è dedicata. In particolare, il componimento che ci parla del mese di Giugno, con le sue due quartine ricolme di diminutivi e vezzeggiativi e con la descrizione più di una miniatura che di un vero paesaggio, ci dice quanto forti fossero quelle sue aspirazioni e, al tempo stesso, quanto fossero ancora distanti dalla realtà. In ogni caso, giugno è tra tutti i mesi cantati da Folgòre, quello che più risponde a un ideale di plazer totale affermato in particolare nei concetti espressi dalle parole in rima dell’ultima terzina: amore, cortesia, grazia.


  Di giugno dovvi una montagnetta
coperta di bellissimi arbuscelli,
con trenta ville e dodici castelli
che sieno intorno ad una cittadetta,
  ch’abbia nel mezzo una sua fontanetta;
e faccia mille rami e fiumicelli,
ferendo per giardini e praticelli
e rifrescando la minuta erbetta.
  Aranci e cedri, dattili e lumìe
e tutte l’altre frutte savorose
impergolate sieno per le vie;
  e le genti vi sien tutte amorose,
e faccianvisi tante cortesie
ch’a tutto ‘l mondo sieno graziose.


In realtà la storia d’Europa ci dice che il mese di giugno è stato spesso contraddistinto da situazioni che si collocano all’opposto delle aspirazioni di Folgòre. In quello stesso 1309 nel quale – probabilmente – lui scriveva questo sonetto, proprio nel mese di giugno, appena al di là degli Appennini, si svolgeva, il giorno 7, quella che passò alla storia come una delle più sanguinose battaglie tra Guelfi e Ghibellini: la battaglia di Camerata Picena, che vide contrapposti, da una parte, i Guelfi di Ancona e i loro alleati e, dall’altra, i Ghibellini di Jesi e i loro alleati. Vi furono forse quattromila morti tra i soli anconetani. La tradizione vuole che il campo di battaglia fosse così impregnato di sangue che le erbe che vi crebbero sopra furono amare in seguito per moltissimo tempo.

I resti di un soldato tra le canne della riva del Piave. © Museo Risorgimento Bologna | Certosa

Sempre nel mese di giugno, il giorno 15, poco più di sei secoli dopo la battaglia di Camerata Picena, nell’ultimo anno della Grande Guerra, il 1918, l’esercito austroungarico scatenò la cosiddetta Battaglia del Solstizio2: un estremo tentativo di superare la linea di difesa italiana sul Piave, dettato anche dalla difficoltà di rifornimenti da parte dell’esercito imperiale e dalla conseguente necessità di arrivare alle pianure del Veneto dove in quei giorni il grano era maturo. Un tentativo che si rivelò tanto disperato quanto sanguinoso. In una decina di giorni, dei 500.000 uomini impegnati dagli austroungarici in quell’azione di sfondamento, ne morirono circa 150.000: tra questi, moltissimi “ragazzi dell’Uno”, diciassettenni reclutati all’ultimo momento più per fare numero, dunque per fare da carne da macello, che non per combattere. I caduti italiani furono 90.000: tra questi, moltissimi “ragazzi del Novantanove” diciannovenni reclutati per lo stesso scopo per il quale erano stati reclutati i loro “nemici” austroungarici.
Inutile parlare di tutti i morti, militari e civili provocati in Europa da quella guerra sciagurata provocata dallo scontro feroce di nazionalismi: circa diciotto milioni, dai quali restano esclusi i morti dell’epidemia di influenza3 che si diffuse proprio nei mesi finali del conflitto: soltanto in Italia, in mancanza di cifre ufficiali, si stima che i morti causati da quella epidemia siano stati da un minimo di 370.00  a un massimo di 650.000.

Sempre nel mese di giugno, il giorno 22, appena 23 anni dopo la Battaglia del Solstizio, appena 77 anni fa, Hitler lanciava tre milioni di uomini nell’invasione dell’Unione Sovietica. Quasi un terzo di quei tre milioni cadranno soltanto nella Battaglia di Stalingrado. Ma intanto erano caduti quasi quattro milioni di soldati sovietici: oltre un milione solo nella stessa Battaglia di Stalingrado.
Inutile parlare dei morti civili di quell’invasione.
Inutile parlare di tutti i morti, militari e civili, provocati in Europa da quella guerra sciagurata scatenata dai nazisti: circa quaranta milioni.

Questo è stato il mese di giugno nell’Europa dei secoli passati.
Questo è stato il mese di giugno in quell’Europa senza regole comuni, senza discipline alle quali i singoli stati devono sottostare, senza controlli dei bilanci, insomma senza tutte quelle norme che una “unione”, qualunque essa sia, anche la più sgangherata delle polisportive, impone a chi ne fa parte.
Questo è stato il mese di giugno in quella Europa i cui campi inondati di sangue avranno prodotto anch’essi per secoli erbe amare come quelli delle splendide colline marchigiane macchiate dallo scontro fratricida del 1309.
Questo è stato il mese di giugno in quella Europa che oggi sognano i sostenitori del “sovranismo”, quello che una volta si chiamava, più semplicemente, nazionalismo.

Io non voglio tornare a quell’Europa là.
Io preferisco il mese di giugno al quale aspirava Folgòre. Lo so che è un sogno. Ma, almeno, è un bel sogno. E l’Unione Europea che c’è oggi, quella con tante difficoltà e tanti problemi, nonostante quelle difficoltà e quei problemi, mi aiuta a tenerlo nel cassetto.

 


Come comincia la tragedia di Romeo e Giulietta

Come tutti sanno, per la tragedia di Romeo e Giulietta (1594-1595), William Shakespeare si è ispirato alla novella di Luigi Da Porto (1485-1529) Historia novellamente ritrovata dei due nobili amanti, con la loro pietosa morte intervenuta già nella città di Verona nel tempo del signor Bartolomeo della Scala.

In questa novella, scritta intorno al 1524, un’aria fosca regna sin dalle prime righe. Essa comincia infatti con la descrizione della «crudelissima nimistà1» che regnava tra le due famiglie dei Capelletti e dei Monticoli (poi sempre chiamati Montecchi). Nella tragedia di Shakespeare è tutto diverso. Dopo il Prologo che dà notizia dei tristi eventi che seguiranno, l’azione scenica vera e propria comincia con un dialogo tra due servitori attraverso il quale solo indirettamente veniamo informati dei contrasti tra Capuleti e Montecchi. Non si tratta affatto di un dialogo dal tono cupo e angosciato come l’argomento sembrerebbe richiedere. Tutt’altro. Quello con il quale Shakespeare dà avvio a una delle più dolorose tragedie che egli abbia scritto è un dialogo comico, infarcito di battutacce, doppi sensi (che hanno da sempre messo in difficoltà i traduttori), volgarità: una buffonata che certamente, nel pubblico dell’epoca, in grado di capire al volo battute che oggi mettono in difficoltà persino gli anglofoni, doveva suscitare un’ilarità generalizzata. Per capire meglio e per ricordare questo dialogo a chi da un po’ di tempo non avesse letto o non avesse visto a teatro lo trascrivo qui sotto. L’originale si può leggere qui, in una pagina del bellissimo sito che contiene tutte le opere del drammaturgo inglese accuratamente commentate. La traduzione è mia.

William Shakespeare, Romeo e Giulietta, Atto I, Scena I


Sansone – Ah, Gregorio, puoi star certo che a dire zozzerie non ci frega nessuno.
Gregorio – No, tant’è vero che inzozzare è il nostro mestiere.
Sansone – E se ci fanno zozzate, allora tiro fuori questa (indica la spada).
Gregorio – Fin che vivi, il naso zozzo te lo pulisci con le mani degli altri.
Sansone – Sì, ma se mi fanno incazzare, scatto io veloce con le mie mani.
Gregorio – Però non sei così veloce a farti provocare.
Sansone – Un cane della casa dei Montecchi, quello mi fa scattare.
Gregorio – Già, se ti provocano, scatti, ma chi ha coraggio sta fermo. Tra scattare e scappare la differenza è poca.
Sansone – Un cane di quella casa mi fa scattare a star fermo: uomo o donna dei Montecchi, se ne incontro uno, dalla parte del muro non mi sposto.
Gregorio – Oh, come si vede che sei delicato! Dalla parte del muro passa sempre il più delicato.
Sansone – Vero. Per questo le donne, che sono il massimo della delicatezza, vanno sempre spinte contro il muro. E per questo io caccio dal muro i servi dei Montecchi e ci ripasso le serve.
Gregorio – Qua i padroni se la vedono coi padroni e i servi coi servi.
Sansone – Per me è lo stesso. Mi comporterò comunque da prepotente. Combatterò con i loro uomini e sarò crudele con le loro donne: fino a levargli le teste.
Gregorio – Le teste? alle donne?
Sansone – Le teste alle donne. Ma certo: gli levo la veste. Non è questo che volevi sentirmi dire?
Gregorio – Sono loro che devono sentirlo per bene quando lo prendono.
Sansone – Oh, finché sono capace di stare in piedi, glielo faccio sentire. Lo sanno che sono un bel pezzo di carne.
Gregorio – Davvero? Una carpa? Ma no: se fossi un pesce tu saresti un baccalà. Dai, se hai un’arma, tirala fuori: arrivano due di casa Montecchi.
Sansone – Ho già sguainato la spada. Attacca tu che io ti vengo dietro.
Gregorio – Come? Ti giri indietro e scappi?
Sansone – Non aver paura per me.
Gregorio – Orca madosca, ho paura di te.
Sansone – Restiamo dalla parte della legge: lascia che comincino loro.
Gregorio – Quando gli passo davanti gli do un’occhiataccia e facciano quello che gli piace.
Sansone – Facciano quello di cui sono capaci, piuttosto. Mi mordo il pollice: è un modo di provocarli. Vediamo come la prendono.


Shakespeare, un genio nell’analisi dell’animo umano e delle azioni umane, sapeva benissimo che, sia negli accadimenti più banali sia in quelli di maggiore importanza, può capitare che una tragedia cominci con una pagliacciata.

 


Le api del mio giardino

20 maggio 2018: prima Giornata mondiale delle api

Accolgo con gioia la notizia (fornita dall’Ansa, ma – mi sembra – ben poco ripresa dalla stampa, tutta protesa a informarci del “royal wedding”) che, dopo decenni di disattenzione delle istituzioni nazionali e sovranazionali verso i metodi della produzione agricola, qualcuno si è accorto dell’importanza delle api. Si tratta, niente meno, della Fao (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura).

Un’ape su un fiore di peonia nell’isola di Mainau, la cosiddetta “Blumeninseln” (Isola dei fiori) sul lago di Costanza. La foto è mia.

Ecco, nella convinzione – finalmente! – che tutti i paesi e i singoli individui debbano «fare di più per proteggere le api e gli altri impollinatori», la Fao ha istituito la Giornata mondiale delle api che si celebra oggi per la prima volta. Ho deciso, in questa occasione senza i miei soliti indugi e ritardi, che fosse il caso festeggiare tempestivamente l’evento.
Come? Naturalmente con alcuni versi. Si dà il caso, infatti, che delle api io parli, senza che nessuno me l’abbia suggerito, nel mio libro più recente, Piante del mio giardino, del quale vi ho dato notizie nel post precedente.
In questo mio libro parlo delle api una prima volta, rapidamente, a proposito di quegli sciami che, proprio in questa stagione, anzi in questi giorni, volano sui grappoli di fiori bianchi delle robinie e che, oltre al resto, «offrono, per la somma / dei molti ronzii, un’armonia la cui origine / accidentale non toglie niente alla grazia / musicale del risultato ultimo». Ma soprattutto ne parlo a proposito della mietitura delle spighe di lavanda, che deve ancora venire: il suo tempo verrà tra la fine di giugno e i primi di luglio. Il fatto è che le api sono molto ghiotte del polline della lavanda. Ma c’è un modo per non disturbarle. Di questo parlano i versi che seguono. Il libro Piante del mio giardino, edito da Campanotto, è già in libreria. Se non doveste trovarlo, lo riceverete più o meno una settimana dopo l’ordine. Altrimenti si trova nelle librerie on line, in particolare qui.


[…]
Quando mi decido a mieterle devo stare attento
a non infastidire le api che, innumerevoli,
si affollano intorno alle spighe fiorite: si affollano
– è proprio la parola giusta – tanto che a volte
avrei persino un certo timore a passare lì a fianco,
se le stesse api,
quando mi avvicino, non mostrassero
una certa indifferenza e non dessero prova,
in questo modo, di volere
intrecciare con me una di quelle amicizie basate
sul principio, che forse sarà un po’ cinico ma certo
è efficace, di evitare
a vicenda di molestarsi. Rispettoso
della natura di questa amicizia,
per non molestare le api, sistemo ogni volta
tutta la faccenda della mietitura quando loro
si sono già ritirate: me la sbrigo
in non più di un’ora, alle luci
estreme del giorno. Aspetto
difatti che si sia allontanata anche l’ultima
«ape tardiva», come la chiamerebbe il mio caro,
indimenticabile Giovannone, Giovannino,
però, per le sorelle nelle quali i ricordi
d’infanzia prevalevano
sulla considerazione delle visibilmente non piccole
dimensioni del fratello poeta. Parlo – devo
proprio spiegarlo? – di Pascoli: vi avevo
preavvertiti […]
1.


Il mio nuovo libro: Piante del mio giardino

È uscito in questi giorni il mio nuovo libro di poesie, Piante del mio giardino, un poemetto che dichiara sin da una breve citazione in epigrafe , «Genus omne animantum», la sua ispirazione lucreziana, (Lucrezio, De rerum natura, I, 4), ma che non si propone affatto come un poema scientifico e, meno che mai, filosofico.

In questo poemetto riferisco, molto più semplicemente, le conversazioni che faccio con le mie piante e il modo in cui trascorriamo insieme il tempo. Come racconto nella breve Premessa«tutti quelli che mi conoscono sanno perfettamente che io parlo con le mie piante. Penso che la giudichino una piccola stravaganza, ma che l’accettino senza problemi forse perché sanno che, comunque, non nuoce». Tuttavia, fino a qualche anno fa avrei evitato di far conoscere questa mia abitudine a un pubblico diverso da quello dei miei amici. Poi è capitato qualcosa che mi ha fatto cambiare idea. Avevo appena messo a dimora nel mio giardino due due rododendri di una varietà dalla crescita moderata e dai fiori bianchi delicatamente screziati di rosa e, cito ancora dalla Premessa, «in quello stesso periodo mi era capitata sotto mano (o forse avevo cercato: con i libri non è sempre così facile distinguere il caso dalla scelta) una raccolta di poesie di Ralph Waldo Emerson, poeta e filosofo americano del XIX secolo (Boston, 1803 – Concord, 1882): un contemporaneo, da giovane, di Giacomo Leopardi e, da vecchio, di Emily Dickinson […]. Tra le poesie di Emerson mi colpì allora proprio quella dedicata alla pianta del rododendro, del 1834». Oltre alla sua bellezza, mi aveva colpito il fatto che in essa Emerson dava del tu al rododendro, gli parlava, lo esortava, lo consigliava: come faccio io. «[…] il fatto di aver trovato un così autorevole precursore mi ha spinto a pensare a questa mia stravaganza come a una forma mentis, a un habitus che non solo non era indice di pazzia, ma che poteva addirittura rivelarsi appropriato per un intellettuale. È stato allora che non ho più avuto remore a parlarne». L’ho fatto in primo luogo in una poesia nella quale anch’io mi rivolgevo ai miei rododendri e poi in altre occasioni. Ma, finora, non l’avevo mai fatto in modo così pieno e disteso.

Ho parlato dell’ispirazione lucreziana. Essa è evidente, oltre che per la citazione in epigrafe, anche, per esempio, in questi versi:


Ci sono in questo mio giardino piante
che per gran parte vi ho trovate già e altre
che invece ho messe io a dimora e che ho curate
in seguito sia per fortificarle sia, se possibile,
per rendere la loro crescita più lieta. Sappiamo bene
le mie piante e io di appartenere, senza
poi troppi distinguo, alla progenie
di tutto ciò che vive e muore; ed è in particolare
per questo motivo – penso – che ci piace condividere
il tempo mentre scorre e il susseguirsi, dentro
a quel suo scorrere, delle stagioni.


Più in generale, questa ispirazione è evidente nel modo in cui, lungo tutto il poemetto, seguo i cicli vitali che si susseguono nel mio giardino: con allegra adesione ai ritmi del divenire, ma anche con precise descrizioni della mia partecipazione a questi ritmi in qualità di giardiniere, «giardiniere, per volontà e competenza, / “professionale” (non amo / la falsa modestia), ma per lampanti e immodificabili / dati biografici, “non professionista”», come mi è sembrato giusto precisare nel poemetto.

Riflessione sulla vita? Manuale di giardinaggio in versi? Non chiedete a me di rispondere a queste domande. Leggete il libro e rispondete voi stessi: vi avverto sin d’ora che il libro susciterà in voi tanti altri interrogativi. Piante del mio giardino, nello splendido allestimento “all’antica” e con la splendida grafica dell’editore Campanotto, si può ordinare in tutte le librerie ed è disponibile in quelle on line. Inoltre, come sempre, farò un piccolo tour di letture in alcune città e molti versi di questo poemetto potrete ascoltarli direttamente dalla mia voce. Vi avvertirò.